di Giovanni Bitetto
Abbiamo tutti un aneddoto sulle condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano: non c’è studente di qualsiasi latitudine che non abbia il ricordo di mediocri pasti della mensa – quando la mensa c’è – o di giornate passate al freddo per un guasto al sistema di riscaldamento. All’università è normale sedersi a terra in aule affollate o ascoltare le lezioni dal corridoio, perché i locali sono troppo piccoli per accogliere tutti. In Italia, fra studenti e professori si instaura un rapporto di mutua rassegnazione, ma basta andare all’estero, conoscere un Erasmus, ascoltare racconti di esperienze diverse – danesi, svedesi, tedeschi – per rendersi conto di quanto l’Italia, nel campo dell’istruzione, sia arretrata rispetto al resto d’Europa.
Non è un luogo comune, ma una realtà provata dalle statistiche. Da anni l’Italia è terzultima in Europa per investimenti nel settore educativo: secondo un rapporto Eurostat, l’Italia riserva alla scuola circa il 3,8% (passato al 3,5% per il 2019 con l’ultimo documento programmatico di Bilancio) del Pil, almeno un punto in meno rispetto alla media europea – che si attesta al 4,9% del Pil – e molto al di sotto di altri Paesi: la Danimarca guida questa classifica con 7 punti percentuali, seguita dalla Svezia, con 6,5 punti, e dal Belgio con 6,4. Solo la Romania e l’Irlanda registrano un dato peggiore di quello italiano, rispettivamente con il 3,1% e il 3,7% del Pil. Anche altri Paesi europei che non fanno parte dell’Unione spendono più di noi: l’Islanda destina all’istruzione quasi l’8% del suo Pil, mentre Norvegia e Svizzera si attestano sopra i 5 punti percentuali. Guardando i dati si potrebbe obiettare che anche la Germania, con il suo 4,3%, si trova sotto la media europea, ma se consideriamo il valore del Pil tedesco, Berlino investe nell’istruzione 127,4 miliardi di euro l’anno, contro i 65,1 dello Stato italiano. Per quanto riguarda la percentuale di spesa dedicata all’istruzione rispetto alla spesa pubblica totale, l’Italia riconferma il trend negativo e si trova addirittura all’ultimo posto della classifica con il 7,9%. La Grecia spende l’8,2%, la Romania l’8,4%. L’Islanda il 15%.
Sul tema dei finanziamenti scolastici l’esecutivo gialloverde sembra intenzionato a fare economia almeno quanto i governi precedenti. Lo scorso febbraio il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, rispondendo a chi chiedeva più soldi per gli istituti scolastici del Meridione, ha dichiarato che “Non servono più fondi. Serve più sacrificio, più lavoro, più impegno. Vi dovete impegnare forte”. Il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato a fare marcia indietro: “Se un Ministro dice una fesseria sulla scuola, chiede scusa. Caro Marco, siamo noi al Governo che evidentemente dobbiamo impegnarci sempre di più”. Un impegno che stenta ad arrivare dato che già in passato Bussetti si era espresso contro la possibilità di aumentare gli stipendi inadeguati dei docenti: “Lo stipendio degli insegnanti dovrebbe essere all’altezza del ruolo che hanno e dell’impegno. Non possiamo però far finta di non conoscere la difficile situazione dei conti dello Stato,” aveva dichiarato.
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