di Andrea Garnero e Chiara Giannetto
Il decreto dignità voleva essere la “Waterloo del precariato”. Ma la precarietà non dipende solo dalle forme contrattuali. Il problema è l’economia debole. Mentre il sistema degli ammortizzatori è ancora limitato. E le politiche attive non incidono.
Il lavoro dopo il decreto dignità
Uno dei primi atti del governo Conte, insediatosi un anno fa, è stato una riforma delle regole del mercato del lavoro, come già era accaduto in passato con altri governi. Non sorprende che il tema lavoro rimanga al centro dell’agenda politica in un paese che continua ad avere un tasso di disoccupazione a doppia cifra, mentre il resto del mondo sviluppato parla di un “boom dei posti di lavoro” (si veda la copertina dell’Economist della scorsa settimana). Tuttavia, l’approccio sembra sempre limitarsi a qualche modifica normativa, spesso senza un disegno generale e senza una valutazione degli strumenti esistenti, nella speranza che “per decreto” venga creato non solo lavoro, ma lavoro di qualità.
È ancora presto per dare un giudizio serio dell’effetto del decreto dignità, che è arrivato in contemporanea a un rallentamento dell’economia italiana e globale. Infatti, questa misura ha avuto vari regimi transitori prima della sua piena entrata in vigore il 1° novembre 2018, a cui ha fatto seguito, con la legge di bilancio, una significativa liberalizzazione delle partita Iva. Tuttavia, se si guardano le tendenze di lungo periodo, senza rincorrere i dati dell’ultimo comunicato dell’Istat o dell’Inps, è possibile identificarne alcune generali.
La crescita dell’occupazione iniziata a fine 2013 ha cominciato a rallentare (o stabilizzarsi) nel terzo trimestre 2018, il primo dei due trimestri di crescita negativa registrati dall’Italia. I dati dei primi tre mesi del 2019 suggeriscono una ripresa dell’occupazione, che però andrà confermata nei prossimi mesi per poter parlare di ripresa vera e propria.
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