Anno III - Numero 48
Chi non dubita, non grida.
Nicolás Gómez Dávila

martedì 8 maggio 2018

Reddito di cittadinanza: la corazzata Potemkin del voto di scambio

La proposta di reddito di cittadinanza dei grillini è semplicemente una manovra acchiappavoti, con una promessa farlocca di voto di scambio che, nei fatti, si tradurrebbe in un abbattimento degli incentivi alla partecipazione al mercato del lavoro, in una spinta formidabile al lavoro nero ed in un botto di spesa pubblica

di Mario Seminerio

Il Centro Studi Confindustria ha prodotto una nota in cui si analizzano portata e criticità del reddito di inclusione e di quello di cittadinanza. Nel primo caso sulla base di legislazione esistente, nel secondo da quanto risulta da un ddl del 2013 presentato dal M5S. Sul fatto che il sindacato degli imprenditori prediliga il REI, non ci piove. Ma il documento analizza in modo laico anche quello che manca al RdC per diventare uno strumento compiuto di welfare, sia di attivazione (welfare-to-work) che di inclusione, ammesso che le due funzioni possano realmente coesistere in un unico strumento.
Quello che emerge è ciò che sappiamo da sempre: e cioè che il reddito di cittadinanza è una scatola vuota, molto colorata ed attraente, che ha solo finalità di acchiappa-consenso elettorale.

In premessa, il documento definisce irrealizzabile l’ipotesi universalistica del reddito universale di base (UBI), perché proibitivamente costoso. Ed è vero, se solo ci si fermasse a far di conto senza troppa ideologia, ma transeat: «Basti pensare che in Italia un assegno di €200 corrisposto a tutta la popolazione a esclusione dei circa 10 milioni di minorenni comporterebbe una spesa pari a oltre il 7% del PIL, un impegno per cui non vi è realisticamente spazio fiscale»

Viene quindi proposto uno strumento che possa raggiungere chiunque, e non specifiche categorie, ma basato sulla prova dei mezzi (means tested). Del reddito di cittadinanza come proposto dai pentastellati, si osserva che «[…] si caratterizza nella proposta attuale per una scarsa precisione nella definizione dei requisiti reddituali di accesso e per la mancanza di soglie patrimoniali, fattori che comporterebbero l’erogazione a favore anche di individui che poveri non sono, abbassando l’efficacia in termini di targeting agli indigenti. Ciò a fronte di una spesa che secondo varie stime potrebbe raggiungere o superare i 30 miliardi (rispetto ai già elevati 17 miliardi prospettati dal M5S)»

La differenza tra 17 e 30 miliardi risiede nella mancata considerazione del valore economico della eventuale casa di proprietà, come già rilevato dal presidente Inps, Tito Boeri, e da Baldini e Daveri su lavoce.info.

»L’attuale formulazione del reddito di cittadinanza non considera in alcun modo il patrimonio immobiliare, mobiliare, il costo dei servizi abitativi e fa riferimento al solo reddito familiare netto, basato sullo stato di famiglia e senza ulteriori specificazioni. Detto in altri termini, alla proposta grillina manca la prova dei mezzi patrimoniali, e non solo reddituali, oltre al fatto che è basata sullo stato di famiglia, e di conseguenza assisteremmo alla moltiplicazione di scissioni di nuclei familiari per catturarne i benefici.

Un istituto come il reddito minimo condizionato (al nulla, nel caso grillino), può produrre effetti di disincentivo all’offerta di lavoro, in funzione di dove si colloca l’asticella dell’assegno erogato, e questa non è esattamente una scoperta scioccante: «Facciamo un semplice esempio: se lo Stato garantisse un reddito di €800 al mese, sarebbe forte il disincentivo ad accettare un’offerta o mantenere un lavoro che paga meno di questa cifra, ma anche di €1.000 (o forse più), dato che, in assenza di meccanismi correttivi, il guadagno netto sarebbe solo di €200»

Il tutto tacendo, per carità di patria, del fatto che in questo paese il lavoro nero resta una piaga endemico. Un limite inferiore al reddito minimo condizionato potrebbe basarsi sul concetto di povertà assoluta, relativo all’acquisto di un paniere standard di beni e servizi minimali, come fa il REI, e non di povertà relativa, come invece fa la proposta pentastellata, perché il concetto di povertà relativa è un bersaglio statisticamente molto mobile.

Va poi osservato che il beneficio non tiene conto del differente potere d’acquisto per aree geografiche. Che esiste, anche se farlo osservare espone a biasimo ed esecrazione. Scrivono gli autori della nota CSC che «[…] €780 al mese (che corrisponde al 141% della soglia di povertà di un individuo che risiede in un piccolo comune del Sud e al 95% in caso di residenza in una città metropolitana del Nord); l’ammontare del beneficio è calcolato come i 6/10 del reddito mediano equivalente familiare»

Pensate, su questi numeri, al poderoso disincentivo all’offerta di lavoro che si produrrebbe nel Mezzogiorno. Occorre poi gestire, sempre per evitare o ridurre tale disincentivo, quello che accade quando il percettore dell’assegno trova lavoro, ammesso e non concesso che tale lavoro non sia in nero. Ebbene, «Il reddito di cittadinanza nella formulazione del DDL 1148 non prevede alcun meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Ciò, unitamente a un beneficio alquanto alto, rende il rischio di trappola della povertà ampio: per un single è basso l’incentivo a lavorare per meno di €780 al mese, ma anche ad accettare impieghi che paghino poco più di quella cifra»

Come si nota, la proposta pentastellata pare disegnata per abbattere gli incentivi all’offerta di lavoro. “Eh, ma tanto al Sud il lavoro non c’è”, diranno i miei lettori più realisti. Ma manco i soldi per fare questo welfare-Bengodi. Ancora: per un efficace welfare-to-work, servono condizionalità legate anche alla cosiddetta attivazione, cioè alla ricerca attiva di un lavoro, ed a rispondere a quelli che vengono offerti. La proposta grillina è volutamente generica: partecipazione a corsi di formazione (sic), “ricerca attiva di lavoro per almeno due ore al giorno” (ri-sic), accettazione di uno dei primi tre lavori offerti, e così via.

Ci sarebbe, ma qui il Centro studi Confindustria non può dirlo, anche un problema di correttezza intellettuale nel presentare le misure, visto che il fantaministro stellato del lavoro, Pasquale Tridico, ha candidamente confessato, in un pezzo scritto sul Fatto per “confutare” le mie critiche, che a lui del collocamento frega nulla, perché quello che serve è tanta bella spesa keynesiana, e passa la paura e finanche l’isteresi: «La nostra proposta si basa esclusivamente sulla possibilità di accrescere il tasso di partecipazione al fine di ottenere un maggiore spazio per l’attuazione di politiche espansive, in un quadro compatibile con le regole europee: non sarebbero i Centri per l’Impiego (o di collocamento) a risolvere il problema della disoccupazione, sarebbe la spesa in deficit a far ripartire la domanda aggregata, e di conseguenza il Pil e l’occupazione»

Tutto chiaro, no? Da ultimo, la nota di ricerca segnala che la “partecipazione a progetti utili per la collettività” (sic), rischia di produrre l’ennesima infornata di lavoratori socialmente utili, che poi invariabilmente si mettono a strepitare per essere stabilizzati nella P.A.

Come concludere, quindi? In un solo modo: la proposta di reddito di cittadinanza dei grillini è semplicemente un acchiappavoti, con una promessa farlocca di voto di scambio. Si tradurrebbe in un abbattimento degli incentivi alla partecipazione al mercato del lavoro, in una spinta formidabile al lavoro nero ed in un botto di spesa pubblica. Che però, ehi, sarebbe finanziata col nuovo e maggiore deficit consentitoci dal fatto che l’output gap esploderebbe, dopo aver portato a iscriversi alle liste di disoccupazione anche il gatto della vicina.

Il P.S. finale è d’obbligo: qui stiamo solo ingannando il tempo, in attesa del nulla, con proposte irrealizzabili (come la flat tax) ma che servono a eccitare gli spalti, in questo interminabile palio italiano verso il dissesto. In caso non fosse abbastanza chiaro.
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