Anno III - Numero 24
Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale è un relitto.
Carlo Maria Cipolla

martedì 2 gennaio 2018

Che fine ha fatto la classe media

La globalizzazione ha aumentato i redditi nei paesi in via di sviluppo, con significativi miglioramenti delle condizioni di vita. D’altra parte, disuguaglianze e impoverimento della classe media indeboliscono la democrazia nei paesi industrializzati. Chi guadagna e chi perde con la globalizzazione

di Renata Targetti Lenti

Nell’ultimo decennio l’impoverimento della classe media, le diseguaglianze crescenti all’interno dei diversi paesi, l’intensificarsi dei flussi migratori sono diventate tematiche centrali del dibattito economico. Un contributo importante alla comprensione di questi fenomeni è contenuto nell’ultimo lavoro di Branko Milanovic (Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media, edito dalla Luiss University Press).
Milanovic, che ha lavorato per molti anni all’interno di un osservatorio privilegiato come la Banca Mondiale, ha potuto raccogliere una serie impressionante di dati sulla distribuzione personale del reddito. Le tendenze della diseguaglianza risultano abbastanza simili nei diversi paesi esaminati, anche se appaiono differenziati i periodi di svolta nei trend di lungo periodo, e i fattori (endogeni ed esogeni) che spiegano le svolte.

Figura 1 – Guadagno relativo nei redditi reali pro capite secondo il livello di reddito globale, 1988-2008



Le stime fornite da Milanovic consentono di identificare i gruppi di percettori che hanno “guadagnato” o sono stati danneggiati dai mutamenti nella disuguaglianza globale. Una rappresentazione molto efficace è contenuta nella figura 1, la famosa elephant chart poiché assomiglia a un elefante con la proboscide alzata. Essa mostra l’aumento cumulato, tra il 1988 e il 2008, nel reddito pro-capite percepito dai diversi gruppi di popolazione (percentili) calcolati sulla base della distribuzione mondiale del reddito. Il reddito è quello disponibile, cioè al netto delle imposte, espresso in dollari a parità di potere d’acquisto. I percentili vanno dai più poveri collocati a sinistra fino a quelli più ricchi (il 5 e l’1 per cento della popolazione) all’estrema destra.

Tre punti nella figura richiedono di essere commentati poiché corrispondono ai casi in cui il guadagno di reddito è stato il più elevato o invece il più piccolo.

Il punto A corrisponde al picco della curva e divide la distribuzione in due parti eguali, ognuna corrispondente al 50 per cento della popolazione. La parte sinistra sta peggio di coloro che ricevono il reddito mediano. La parte a destra sta meglio di coloro che ricevono il reddito mediano. I percettori che corrispondono al reddito mediano hanno beneficiato dell’aumento di reddito in termini reali più alto, pari a circa l’80 per cento. Appartengono alla classe media in paesi in via di sviluppo come la Cina, l’India, l’Indonesia e il Brasile e possono essere considerati i principali “vincitori” della globalizzazione.

Il punto B corrisponde ai percentili compresi tra il 65esimo e il 75esimo. Questi percettori – cittadini dei paesi industrializzati (Germania, Stati Uniti), degli ex-paesi sovietici e dell’America Latina, che non hanno beneficiato di alcun aumento di reddito – sono da considerarsi il gruppo veramente perdente e possono essere definiti una classe medio-alta globale.

Il punto C corrisponde al percentile più ricco. Il reddito reale del gruppo è cresciuto più del 60 per cento. Vi appartengono in misura preponderante percettori dei paesi industrializzati e sono loro i veri vincitori della globalizzazione. Circa metà sono americani.

La globalizzazione e la liberalizzazione nei movimenti di capitale e di lavoro spiegano in larga misura anche un altro recente fenomeno: la presenza di percettori di reddito da lavoro molto ricchi appartenenti al 10 per cento, se non addirittura all’1 per cento, della popolazione. Tra le possibili spiegazioni del fenomeno, si deve includere il funzionamento del mercato internazionale del lavoro per i manager e le cosiddette superstar.

La causa delle migrazioni
L’aumento della diseguaglianza all’interno dei paesi industrializzati è stato accompagnato da una diminuzione in quella globale tra paesi. La sua composizione è cambiata. Oggi è aumentato il peso della componente che dipende dalla localizzazione, quello che Milanovic definisce “premio di cittadinanza”. Molti lavoratori a elevato livello di qualificazione si spostano tra paesi europei. Il fattore determinante, in questo caso, non è solo la ricerca di un’occupazione generica, ma di un’occupazione più remunerativa o di una qualificazione più elevata. Sempre la ricerca di un’occupazione migliore spiega, oggi, il flusso di lavoratori a basso livello di qualificazione dal Messico, dal Sud America o dall’Asia verso gli Stati Uniti nonché dal Nord Africa o dal Medio Oriente verso l’Europa. Sono proprio i differenziali di reddito derivanti dal vivere in un paese invece che in un altro, oltre a fattori politici, a spiegare le migrazioni dai paesi più poveri verso quelli più ricchi.

Questi cambiamenti rappresentano una grossa sfida per gli equilibri – non solo economici, ma anche politici – interni e internazionali. Nei paesi industrializzati, e dunque anche in Italia, il divario nei livelli di vita tra i percettori più poveri (quella che un tempo era la classe media) e i percettori più ricchi è diventato così ampio che per colmarlo non sono più sufficienti le tradizionali politiche redistributive, basate su imposte e trasferimenti monetari. Il trasferimento di parti o di interi processi produttivi dai paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo ha indebolito il potere contrattuale dei lavoratori nei paesi ricchi.

Non v’è dubbio che l’aumento dei redditi nei paesi in via di sviluppo significhi anche miglioramenti nelle condizioni abitative, sanitarie e nei livelli d’istruzione, nonché la riduzione della povertà estrema. D’altra parte, l’impoverimento della classe media e l’aumento delle diverse forme di diseguaglianza nei paesi industrializzati indebolisce la democrazia e può alimentare, come già sta accadendo, mutamenti politici e sociali profondi e derive di tipo nazionalistico.

Renata Targetti Lenti per Lavoce.info
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