Anno III - Numero 24
Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale è un relitto.
Carlo Maria Cipolla

martedì 8 agosto 2017

Jobs Act: incentivi finiti e giovani ancora precari

Tra gli obiettivi del Jobs act c’era quello di ridurre la profonda segmentazione per tipologie contrattuali del mercato del lavoro, con i più giovani spesso assunti a tempo determinato. I dati sembrano indicare che i risultati non sono ancora arrivati

di Francesco Beraldi e Ivan Lagrosa

Valutare una riforma del mercato del lavoro è un compito complesso, che necessita di isolare l’effetto del provvedimento – nel nostro caso il Jobs act – dalla congiuntura economica. Un’attenta lettura dei dati ci consente tuttavia di osservare la direzione intrapresa dal mercato negli ultimi due anni.

Se guardiamo alla tipologia contrattuale con cui classi di età diverse sono impiegate, si vede come tra il 2013 e il 2016 la percentuale di giovani fra i 15 e i 24 anni occupata con un contratto a tempo indeterminato sia diminuita di circa un punto percentuale, passando dal 40 al 38,8 per cento. Di grandezza simile, ma di segno opposto, invece, il trend della percentuale dei giovani impiegati con contratti a termine, salita dal 44,5 per cento del 2013 al 46,9 per cento nel 2016.

Dinamiche analoghe si sono verificate nella fascia di età 45-54, dove nel 2016 la percentuale di lavoratori con contratti a tempo indeterminato si è assestata a quota 67,9 per cento e quella dei lavoratori a termine al 6,4 per cento, con differenziali rispetto al 2013 simili a quelli osservati per la fascia 15-24 anni.

I tassi di trasformazione dei contratti precari in contratti stabili, dopo un aumento che nel 2015 si è rivelato più marcato per la fascia di età più giovane, è tornato nel 2016 a un livello paragonabile a quello del 2013: 7,1 per cento per la fascia 15-24 anni e 15,3 per cento per la fascia 45-54 anni. Non sembra quindi che la più ampia quota di contratti precari tra i più giovani trovi un corrispettivo in un più alto tasso di trasformazione verso l’indeterminato.

I numeri suggeriscono come, in un contesto di debole ripresa, le decisioni delle imprese, soprattutto in relazione ai giovani lavoratori, siano ancora in gran parte orientate al risparmio di costo e non all’investimento in capitale umano. La forte flessibilità prevista per i primi tre anni del contratto unico a tutele crescenti – necessaria per valutare le reali competenze del lavoratore – sembra quindi non aver ancora scalfito in misura significativa il ruolo del contratto a tempo determinato.

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