Anno III - Numero 44
Un diplomatico è una persona che riflette due volte prima di non dire nulla.
Frédéric Sawyer

martedì 15 maggio 2018

Telefoni e Tv, una scossa al mercato UE

Le vecchie telco provano a rafforzarsi crescendo di dimensioni e diversificando le attività

di Alberto Mingardi

Chi di noi avrebbe mai detto, dieci anni fa, che l’elettronica di consumo sarebbe diventata una faccenda di wellness? Oggi il nostro telefono ci dice quanti passi abbiamo fatto in un giorno e monitora il nostro battito cardiaco. Lo smartphone è diventato addirittura la sentinella della nostra dieta.
La cura del corpo è solo uno fra gli ambiti lontanissimi dalla telefonia tradizionale che ora passano attraverso questi dispositivi. C’è una app per tutto. La app del 2017, perlomeno per gli utenti iPhone, era “Calm”, che dovrebbe aiutarci a meditare. Più prosaicamente, è difficile immaginare che il futuro della mobilità non venga visualizzato per la prima volta sul piccolissimo schermo: da Uber, che ha rivoluzionato il trasporto con conducente (perlomeno dove le viene consentito di operare), a Waze, che ha fatto di più per razionalizzare il traffico delle grandi città di qualsiasi assessore.
Forse dovremmo smettere di chiamarli telefonini, perché praticamente per telefonare non li usiamo più. Non c’è un ventenne che non preferisca inviare un messaggio vocale, a una conversazione vecchio stile.

È questo il contesto nel quale va inserito l’acquisto da parte di Vodafone
delle attività cavo di LibertyGlobe in Germania, Ungheria, Romania e Repubblica ceca, annunciato ieri dall’azienda di Vittorio Colao. All’estero la tv via cavo è stato un canale formidabile per la diffusione di Internet, almeno quanto la rete telefonica (la strada a noi è stata preclusa da scelte regolatorie che risalgono agli anni del monopolio Tv). Gli operatori mobili si uniscono a quelli “fissi”, in parte per offrire connettività a velocità sempre maggiore integrando le reti, in parte in funzione difensiva.

Le grandi telco rappresentano l’infrastruttura fondamentale della nostra società. Sono le strade su cui passa il traffico Internet. Ma le regole del gioco non le avvantaggiano. L’attività d’impresa è molto più libera, perlomeno per ora, per chi fa app di quanto non lo sia per chi posa fibra. Al contrario, c’è una crescente tendenza a considerare la connettività una sorta di diritto: limitando fortemente, ad esempio, la libertà di fare prezzi diversi a diversi clienti. Questa è l’essenza della “net neutrality “, abolita da Trump proprio per riequilibrare le forze in campo.

Come ha ben spiegato Massimiliano Trovato (Perché la fine della net neutrality non è la fine di internet), la neutralità delle rete nulla aveva a che fare con la libertà d’espressione. Era invece “una questione di politica della concorrenza: operatori dell’accesso e operatori dei contenuti si scornano su come dividere la torta telematica”.

Le vecchie telco provano a rafforzarsi crescendo di dimensioni e diversificando le attività. Questo significa mettere assieme infrastruttura e contenuti. Negli Usa ci provano AT & T e Time Warner con una fusione molto discussa sotto il profilo antitrust. E tuttavia, se il 70% del traffico è rappresentato dalla fruizione di video, si capisce perché gli operatori telefonici vogliano provare a offrirli direttamente.

Nessuno sa come andrà a finire. Non c’è un supermercato al mondo in cui la gente vada attirata dai prodotti private label, quelli marchiati dal supermercato stesso. Il supermarket si sceglie per i prezzi e per l’ampiezza dell’offerta. L’ecosistema digitale favorisce attori economici i più diversi, inclusi outsider assoluti, forti solo di un’idea buona. Ci sono ottime ragioni che spingono verso i consolidamenti, inclusa la necessità di gestire infrastrutture sempre più complicate. E nello stesso tempo quello dell’azienda nata in un garage non è solo un mito romantico. Per innovare servono gli imprenditori, che al gigantismo delle grandi corporation sono allergici.

Alberto Mingardi per La Stampa
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...