Anno III - Numero 27
La pace è più importante di ogni giustizia.
Martin Lutero

martedì 13 marzo 2018

Le riforme del fisco di cui nessuno parla

Si parla tanto di imposte, ma nessuno sembra preoccuparsi delle riforme che sarebbero veramente necessarie per combattere elusione ed evasione. Tre i nodi principali: raccolta e utilizzo dei dati, legge sulla privacy e rapporto tra centro e periferia

di Alessandro Santoro

Le “disattenzioni” della politica
Il dibattito delle prossime settimane sarà presumibilmente infarcito di proposte fiscali, connesse sia alle promesse della campagna elettorale – la flat tax e le varie ipotesi di riduzione delle imposte – sia all’eterno ritorno delle clausole di salvaguardia e del possibile aumento dell’aliquota ridotta e ordinaria dell’Iva. Con altrettanta probabilità, non sarà dedicata alcuna attenzione al tema delle riforme dell’amministrazione finanziaria, irrisolto nella legislatura precedente se non per specifici aspetti – tra cui le nuove procedure per il ripristino delle posizioni dirigenziali in seno all’Agenzia delle Entrate.
La disattenzione è particolarmente colpevole quando gli stessi partiti che propongono le riduzioni delle imposte indicano l’aumento del rispetto delle norme fiscali e il contrasto dell’evasione come fonti di entrata, ma ignorano per insipienza o per calcolo che questi risultati si possono ottenere solo affrontando i nodi che oggi impediscono alla nostra amministrazione finanziaria di fare il salto di qualità. Ne indico qui tre: la riorganizzazione della filiera dei dati, gli ostacoli posti dalla legge sulla privacy e il rapporto tra centro e periferia.

Dall’anagrafe tributaria alla legge sulla privacy
Il nostro paese è l’unico, tra quelli occidentali, in cui i dati dell’anagrafe tributaria sono gestiti da una società esterna all’amministrazione finanziaria (Sogei) e in cui la predisposizione di una parte rilevante degli strumenti di incentivo alla compliance – gli studi di settore oggi e domani, chissà, gli Isa (indici sintetici di affidabilità) – è anch’essa affidata a una società esterna (la Sose).
Questa architettura poteva avere un senso quando era necessaria per assicurare snellezza e flessibilità nonché per garantire livelli di efficienza che all’interno dell’amministrazione finanziaria non si potevano raggiungere. Oggi non è più così. Il fatto che l’Agenzia delle entrate debba affidarsi a partner esterni rallenta i tempi, crea zone in cui le responsabilità sulla gestione dei dati non sono chiare (le vicende dello spesometro sono illuminanti al riguardo) e duplica i costi (basti vedere il proliferare, in queste società, di posizioni dirigenziali con remunerazioni non commisurate al rischio, praticamente nullo visto che si tratta di società il cui fatturato è garantito dallo Stato). Eppure, la soluzione sarebbe semplice: accorpare queste società nell’Agenzia delle entrate con un’operazione simile a quella che è stata fatta per la riscossione. In questo modo sarebbero in capo all’Agenzia delle entrate tutte le funzioni che nascono dal momento dell’approvazione della normativa fiscale in poi: prevenzione dell’evasione e incentivo al rispetto delle norme, gestione dei tributi e riscossione delle imposte. E non ci potrebbero essere rimpalli di responsabilità circa la capacità di ottenere risultati.
Neppure questa riforma, tuttavia, sarebbe sufficiente senza un deciso ripensamento degli ostacoli oggi posti dalla legge sulla privacy. Basti pensare a quanto accaduto con il potenzialmente importantissimo strumento dell’anagrafe dei rapporti finanziari, introdotto nel 2011, ma di fatto molto poco utilizzato come ha osservato dalla Corte dei conti. Il riferimento normativo all’utilizzabilità solo in sede di accertamento ha impedito che da noi accadesse ciò che negli altri paesi è da anni normale, come si segnala nel rapporto di Ocse e Fondo monetario internazionale: l’utilizzo dell’anagrafe per la verifica di solvibilità dei contribuenti nei confronti dei quali va esercitata la riscossione delle imposte. Questo consentirebbe di aumentare l’efficienza nella riscossione, rivolgendosi in modo prioritario a coloro che hanno disponibilità sufficienti per pagare quanto dovuto ed evitando di rincorrere debitori che non saranno mai in condizione di farlo. Solo un malinteso principio di equità sotteso al finto garantismo delle normative impedisce che da noi si possa fare la stessa cosa.
Più in generale, le garanzie della privacy oggi impediscono – o costringono in forme del tutto inutili – le procedure di incrocio dei dati dell’anagrafe dei rapporti con gli altri database dell’amministrazione finanziaria.

In questi anni l’amministrazione finanziaria centrale è cambiata per cercare di rispondere a queste sfide, ma il territorio e le sedi locali dell’Agenzia delle entrate, decimate dalle perdite di personale dopo la sentenza della Corte costituzionale sulle procedure per le nomine dirigenziali, sono rimaste pressoché al palo. Sul territorio, ovvero laddove il contribuente incontra veramente il fisco, continua a prevalere un approccio tradizionale, di tipo burocratico-giuridico.
Il “fisco amico” non può esistere se non si riduce fortemente l’asimmetria informativa di fondo: il fisco può parlare in modo credibile con il contribuente se costui “sa che il fisco sa” e quindi che gli errori saranno distinti dai tentativi di evasione. Per questo il corpo dell’Agenzia deve cambiare pelle e anima, utilizzando le nuove norme e i nuovi concorsi per dotarsi delle professionalità che servono davvero (statistici, informatici, data analyst) per costruire un fisco informato e, quindi, in grado di dissuadere l’evasione prima che venga realizzata.

Alessandro Santoro per Lavoce.info
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