Anno III - Numero 43
Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria.
Umberto Eco

martedì 9 gennaio 2018

Perché i cervelli italiani in fuga finiscono a lavare i piatti in nero

Appena arrivata in Belgio, il mio francese mi permetteva a malapena – retaggio del liceo di provincia – di dare il buongiorno e chiedere dove fosse la stazione. Non avevo alcuna idea di quale termine indicasse la maniglia di un cassetto, ma sapevo benissimo che Victor Hugo è nato a Besançon. Con questo enorme bagaglio linguistico, mi sono trovata a cercare un lavoro per pagare il primo mese di affitto e le quattro settimane di corso di francese. Sono stata fortunata

di Ambra Porcedda

Sessant’anni fa oltre 220mila italiani emigrarono in Belgio per lavorare nelle miniere, grazie al Protocollo italo-belga che prevedeva l’invio ogni settimana di 2.000 persone al di sotto dei 35 anni (e che fu interrotto solo dopo il Disastro di Marcinelle). Oggi sono oltre 250mila gli italiani residenti nel Paese europeo, 30mila dei quali vivono a Bruxelles, dove rappresentano la terza comunità straniera della città. Solo tra Commissione europea e Parlamento lavorano lì oltre 4000 italiani, oltre ai numerosi stagisti. Gli altri 25mila sono finiti a occupare i posti di lavoro creati dalla domanda di servizi ed è proprio tra di loro che va ricercata quella percentuale di immigrati che oggi rappresenta la versione moderna dei minatori sporchi, brutti e chiassosi che facevano paura ai belgi di mezzo secolo fa. Sono persone di cui ci si dimentica, perché non le si vede più chiedere aiuto in terra madre: storie di mancata vittoria che fanno provare un certo colpevole piacere a chi ha deciso, nonostante tutto, di restare in Italia.

Secondo l’UE, il dato medio europeo sulla disoccupazione si aggira intorno al 9%, mentre quello belga raggiunge appena il 7%. In Italia il tasso di giovani (tra i 15 e i 24 anni) disoccupati, è uno dei più elevati d’Europa. I nati tra il 1981 e il 1995 – generazione di cui faccio parte e che mi rifiuto di definire millenial, usando un nome da centro commerciale di provincia – si ritrovano a essere quelli che in assoluto soffrono di più, avendo accumulato spesso diplomi, lauree, master, ma pochissima esperienza reale. Le soluzioni sono due: la prima è casa di mamma e baretto, dove incontrare pensionati e coetanei con cui lamentarsi di tempo e politica, la seconda è l’evoluzione della valigia di cartone anni ’20, per cui ci si arma di trolley e biglietto low cost e si parte a cercare lavoro all’estero.

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