Anno VI - Numero 1
Non si può insegnare niente, si può solo far sì che uno le cose le trovi in se stesso.
Galileo Galilei

martedì 22 dicembre 2020

Lo sviluppo del Mezzogiorno può ripartire dal ciclo dei rifiuti

La gestione dei rifiuti in Italia vale circa 25 miliardi l’anno. Sono risorse che il Sud perde perché non ha saputo programmare e investire, affidandosi a improvvisazione e discariche. Ma proprio da qui può iniziare un nuovo sviluppo

di Andrea Ballabio, Donato Berardi, Antonio Pergolizzi e Nicolò Valle

Il rilancio del Sud è un tema che ritorna ciclicamente al centro del dibattito politico. All’inizio di quest’anno, ha trovato nuovo slancio con l’annuncio di un ambizioso Piano di sviluppo al 2030 promosso dall’esecutivo. Cuore della proposta? La transizione ecologica come elemento cardine sul quale fare leva per far ripartire l’economia nelle regioni del Sud: un green deal incentrato sul Mezzogiorno. Per calare tutto ciò nella realtà del Sud italiano, occorre però partire dal ciclo dei rifiuti.

L’incontro – o scontro – tra l’arretratezza in cui versa il settore nelle regioni meridionali e gli obblighi legislativi per la sua modernizzazione che provengono dall’Unione europea rendono la gestione dei rifiuti un terreno di elezione di ogni iniziativa di sviluppo e rilancio. Guardando ai numeri, l’economia circolare dei rifiuti nel Mezzogiorno potrebbe mettere a valore, ogni anno, 43 milioni di tonnellate di rifiuti, 33 di origine non domestica e 10 di origine domestica e assimilata. Solo tra questi ultimi, ancora oggi al Sud vengono mandati in discarica circa 4,3 milioni di tonnellate.
Poca programmazione e deficit impiantistico
Il Pacchetto economia circolare, che l’Italia ha già recepito, ci impone di portare sotto il 10 per cento lo smaltimento in discarica di rifiuti urbani entro il 2035, ma nelle regioni del Sud la percentuale è ben al di sopra. In particolare, dovrebbe far riflettere il dato di quattro regioni, Campania, Sicilia, Abruzzo e Basilicata. La somma dei deficit di smaltimento e avvio a recupero di queste zone è di quasi 2 milioni di tonnellate/anno: il 40 per cento del deficit complessivo di tutte le regioni italiane. Nella sola Campania – storicamente deficitaria nella gestione dei rifiuti – si registra una carenza impiantistica per oltre 1,2 milioni di tonnellate (anno 2018).

Ma non solo. La mancanza di impianti idonei può essere misurata anche sulle frazioni destinate al recupero di materia (o di energia). Ne sono un esempio i rifiuti organici, esportati dalle regioni del Sud in altre zone d’Italia. È la Campania a detenere il primato dell’export extraregionale di rifiuto organico: 475 mila tonnellate, pari al 29 per cento del totale nazionale.

Un altro indicatore che deve far riflettere sull’efficacia della gestione dei rifiuti nel nostro paese è rappresentato dai rifiuti urbani biodegradabili che, per mancanza di impianti, vengono impropriamente smaltiti in discarica. Nel 2018 si trattava di 3,9 milioni di tonnellate, di cui il 50 per cento è stato smaltito nelle discariche del Mezzogiorno.

La situazione è la stessa per i fanghi di depurazione, originati dalla depurazione degli scarichi urbani. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2018 il Sud Italia ne ha prodotto 638.239 tonnellate e ne ha gestito solo 472.254 tonnellate, con un deficit di quasi 166 mila tonnellate. Ancora una volta la situazione più critica è in Campania.

Non va poi dimenticato un altro fenomeno, anch’esso indicativo della criticità della situazione: le esportazioni di rifiuti oltreconfine. Nel 2018 ne sono state esportate 603mila tonnellate, in violazione di un principio comunitario che ne vorrebbe la gestione in prossimità del luogo di produzione.

La gestione dei rifiuti in un quadro di rinnovamento complessivo
Per promuovere un cambiamento serve un progetto politico nuovo, improntato a un effettivo riformismo, che sappia essere endogeno, autonomo, sostenibile, partecipato e diffuso. Non è solo un tema di investimenti, risorse economiche o buone leggi. È, soprattutto, una questione di qualità del contesto socio-istituzionale, che va potenziato e nutrito anche dalle politiche pubbliche.

Tutto ciò vale in generale. Ma quali sono, in particolare, le azioni da compiere per arrivare a un vero cambiamento nella gestione dei rifiuti, che possa rappresentare un elemento di rilancio del Sud? In sintesi, possono essere:
– l’elaborazione di piani strategici regionali e per macro-aree tarati sulle reali esigenze e non su approcci ideologici o a fabbisogni teorici;
– la creazione di una rete di impianti destinata alla chiusura e valorizzazione del ciclo dei rifiuti (partendo dalla consapevolezza che la gestione dei rifiuti è essa stessa una delle principali fonti di produzione di rifiuti, più del 26 per cento);
– simbiosi industriale e articolazione di poli industriali per filiere di scarti/materie all’insegna della sostenibilità, capace di eliminare strozzature e diseconomie;
– la creazione e il sostegno di mercati dedicati per le materie prime da riciclo (altrimenti il rischio è che una crescita della raccolta differenziata porti a una riduzione dei prezzi delle materie prime seconde, quindi disincentivando lo stesso riciclo); sotto questo aspetto l’applicazione concreta del green public procurement (Gpp), cioè i cosiddetti acquisti verdi da parte della pubblica amministrazione, potrebbe giocare un ruolo importante;
– il miglioramento della tracciabilità e trasparenza delle filiere (migliore antidoto all’ecomafia e al malaffare).

La gestione dei rifiuti in Italia vale, infatti, circa 25 miliardi di euro l’anno. Sono risorse che il Sud perde perché finora non ha approntato una strategia in questo campo, lasciando la gestione all’improvvisazione e alle discariche, che massimizzano i benefici privati e minimizzano quelli collettivi.

Ballabio, Berardi, Pergolizzi e Valle per Lavoce.info

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