Anno III - Numero 39
La storia insegna, ma non ha scolari.
Antonio Gramsci

martedì 24 luglio 2018

Il reddito di cittadinanza non si finanzia da solo

Il ministro del Lavoro sposa la tesi secondo cui il reddito di cittadinanza si autofinanzia, permettendo così di rispettare i parametri UE. Sembra però improbabile che ciò possa accadere sfruttando le arcane regole del calcolo del pareggio strutturale

di Andrea Garnero*

Trovare i soldi per finanziare le promesse elettorali, è la sfida principale nel passaggio dall’opposizione al governo. Se un provvedimento dagli effetti così limitati (almeno in termini relativi) sulle casse pubbliche come la parte lavoro del decreto dignità ha generato un dibattito come quello visto in questi giorni, cosa succederà con i 17 miliardi che secondo le stime del Movimento 5 stelle servono per finanziare il reddito di cittadinanza?

Durante l’audizione al Senato in cui ha esposto le linee d’azione del suo ministero, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha fatto propria l’idea di Pasquale Tridico, ex candidato del M5s al dicastero e ora consulente dello stesso Di Maio, di “autofinanziamento” del reddito di cittadinanza, così da poterlo fare nel rispetto dei parametri UE.

La proposta era già stata commentata su questo sito da Tommaso Monacelli,ma essendo stata ripresa ufficialmente nelle linee programmatiche del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, è opportuno riparlarne.

Come funzionerebbe l’autofinanziamento? Nelle parole di Tridico (su Il Fatto Quotidiano, 13 marzo 2018), “grazie alla nostra misura almeno 1 milione di persone che ora non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare (inattivi “scoraggiati”) verranno incentivati alla ricerca del lavoro con l’iscrizione ai Cpi (centri per l’impiego, ndr), e andranno ad aumentare il tasso di partecipazione alla forza lavoro. Questo ci permetterà di rivedere al rialzo l’output gap, cioè la distanza tra il Pil potenziale dell’Italia e quello effettivo, perché 1 milione di potenziali lavoratori saranno di nuovo conteggiati come disoccupati.Se aumenta il Pil potenziale possiamo mantenere il rapporto tra deficit e Pil potenziale, cioè il “deficit strutturale”, spendendo circa 19 miliardi di euro in più di oggi, più dei 17 miliardi necessari”.

Tre problemi
La proposta si fonda su concetti (e misure) non semplici, come disoccupazione strutturale, Pil potenziale e output gap. Per tradurla in termini più diretti, la disoccupazione può avere cause strutturali (scarsa produttività per esempio) o cause cicliche (una crisi). Così una crisi può ridurre temporaneamente il Pil di un paese, senza per questo toccare le potenzialità in termini di produzione e crescita fondamentali. Nel nuovo quadro di regole europee si è cercato di considerare l’andamento dei saldi di finanza pubblica tenendo conto di questi fattori e cioè che possa essere necessario spendere di più in fasi di crisi e meno in fasi di crescita. Tuttavia, il calcolo di disoccupazione strutturale, Pil potenziale e output gap è tutt’altro che semplice ed è fonte di dibattiti che hanno occupato anche la scorsa legislatura con una battaglia dell’ex ministro Pier Carlo Padoan per cambiare le regole di calcolo dell’output gap.

Al di là del fatto che, comunque la si giri, la proposta prevede di finanziare il reddito di cittadinanza in deficit, ci sono tre elementi in particolare che la rendono poco solida.

Primo, l’ipotesi chiave è che con l’introduzione del reddito di cittadinanza, il numero dei disoccupati aumenti. Tuttavia, il calcolo dei disoccupati non dipende dalla registrazione ai centri per l’impiego ma dall’Inchiesta sulle forze lavoro dell’Istat sulla base di una definizione di disoccupazione concordata nel 1982 in sede Ilo per permettere comparazioni a livello internazionale. E questa definizione prevede che sia considerato disoccupato solo chi nelle quattro settimane precedenti abbia intrapreso azioni attive di ricerca di lavoro. Iscriversi al centro per l’impiego è una di queste, ma se ad essa non seguirà null’altro, perché si continua a essere scoraggiati e ci si è iscritti solo per ricevere il sussidio, il numero di disoccupati registrati dall’Istat non aumenterà.

Secondo, anche se vi fosse modo di superare il primo problema, il Pil potenziale aumenterebbe solo per un periodo iniziale. Se la “nuova” disoccupazione non diventa rapidamente nuova occupazione, si trasforma nel medio periodo in disoccupazione strutturale, riducendo nuovamente il Pil potenziale e quindi l’output gap e di conseguenza i margini di bilancio.

Terzo, come già sottolineato da Monacelli, per una curiosa eterogenesi dei fini, se il reddito di cittadinanza riuscisse a far ripartire la domanda, così come immaginano i promotori, a un aumento del Pil potenziale farebbe seguito anche un aumento del Pil effettivo (in parte per prodotti e servizi nazionali per cui potrebbe servire aumentare il numero degli occupati, ma in parte per prodotti e servizi importati senza impatto sull’occupazione nazionale) con conseguente riduzione dell’output gap e dei margini di bilancio.

In conclusione, per il momento appare improbabile che il reddito di cittadinanza possa auto-finanziarsi sfruttando le arcane regole del calcolo del pareggio strutturale, a meno che chi lo propone immagini che l’introduzione del reddito di cittadinanza porti a un boom immediato, che permetta a tutti i nuovi iscritti di trovare lavoro nello spazio di un paio d’anni al massimo.

*Le opinioni espresse non coinvolgono l’istituzione di appartenenza.

Andrea Garnero per Lavoce.info
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