Anno III - Numero 35
È tutto sempre molto semplice se sei uno stupido.
Massimo Mantellini

martedì 26 giugno 2018

Linee guida del Csm su comunicazione. Così cambiano i rapporti Pm-stampa

La magistratura ha deciso: il diritto all'informazione è subordinato alla volontà degli inquirenti che, peraltro, avrebbero invece il dovere di tacere in merito alle indagini in corso. C'è qualcosa che non funziona in queste "linee guida" che dovrebbero superare il cortocircuito mediatico giudiziario e invece hanno tutto il potenziale per diventare qualcos'altro: un bavaglio

di Ilaria Proietti

Per alcuni è addirittura il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa. Per altri, la volontà di spezzare il cortocircuito mediatico-giudiziario che in larga parte della opinione pubblica vale ai magistrati l’accusa di mancare di riserbo se non di imparzialità.

Fanno comunque discutere le “Linee-guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale” elaborate dal Consiglio superiore della magistratura (Csm). Che ha creato un gruppo di lavoro di toghe e giornalisti, coordinato dal Primo Presidente Emerito della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio e composto da Francesco Giorgino, Fabrizio Feo, Giovanni Minoli, Gianrico Carofiglio, Stefano Rolando, Giovanni Melillo e Antonio Mura. Che a maggio dopo avere sentito tra gli altri anche il Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa ha elaborato alcuni spunti recepiti dal Csm.

“Il Consiglio superiore della magistratura ritiene necessario un intervento in materia di comunicazione istituzionale degli uffici giudiziari e di rapporti tra magistrati e mass media, e non solo per ovviare alle serie criticità che si manifestano in quei rapporti” si legge nel documento che già in premessa ammette che il problema esiste: il pianeta giustizia va innanzitutto reso più trasparente e comprensibile per aumentare la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto. Ma c’è di più. Quel che fa discutere sono gli indirizzi che il Csm ha voluto impartire ai magistrati in più di un’occasione sono finiti nei guai, anche in sede disciplinare, proprio a causa dei rapporti con la stampa.

Le linee guida, infatti, si fanno carico di esplicitare che la comunicazione serve anche a “correggere o smentire informazioni errate, false o distorte, che possono recare pregiudizio alle indagini, ai diritti delle persone coinvolte o all’immagine di imparzialità e correttezza del singolo magistrato, dell’ufficio giudiziario e, nei casi più gravi, della stessa funzione giudiziaria”. E che vanno evitate “la discriminazione tra giornalisti o testate”, ma soprattutto “la costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell’informazione”.

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