Anno III - Numero 24
Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale è un relitto.
Carlo Maria Cipolla

sabato 7 ottobre 2017

Silvio Piola, il sesto senso del goal

Testo da aggiungere

di Lorenzo Proverbio

Silvio Piola, il massimo goleador italiano, una delle leggende del calcio eroico praticato a cavallo della Seconda Guerra Mondiale: il calcio, per intenderci, di Giuseppe Meazza, di Valentino Mazzola e del grande Torino. Esordisce in serie A con la bianca casacca della Pro Vercelli nel 1930 e appende le scarpette al chiodo nel 1954, mentre ancora milita nella massima divisione difendendo i colori del Novara. In mezzo, nove stagioni indimenticabili nella Lazio, il campionato di guerra in maglia granata e anche due stagioni nelle fila della Juventus. E poi un rapporto unico e profondo con la Nazionale del “commendator” Vittorio Pozzo, una Coppa del Mondo (1938) vinta a suon di gol e numerosissimi record, tra cui quello di maggior realizzatore di sempre (quasi quattrocento gol in partite ufficiali, trecento dei quali solo in campionato) e di maggior marcatore in una sola partita (sei reti, eguagliato successivamente solo da Omar Sivori).

Ma la storia di Silvio Piola non si comprenderebbe solo con i numeri, senza andare a fondo nella personalità di un’atleta e di un uomo schivo e riservato, ma innamorato del pallone fino alla fine dei suoi giorni, una professionista esemplare proprio perché rimasto fedele tutta la vita – dice Antonio Ghirelli nella prefazione al volume “Silvio Piola, il senso del gol” – “alla morale sobria, limpida e schietta della sua gente, alla visione profonda e ingenua della vita così tipica della provincia piemontese di allora (e forse anche di oggi), con un’ombra di prudenza e di rispetto del denaro che non è taccagneria ma piuttosto serietà, e deriva da una storia laboriosa”.
Con questo bagaglio, e con una vita fatta di regolarità e di cura maniacale della propria preparazione fisica, Piola può indossare, a 22 anni dal suo esordio in serie A con la Pro Vercelli, per l’ultima volta la maglia azzurra della Nazionale a Firenze, il 18 mggio 1952, contro la temutissima Inghilterra, richiamato a gran voce da mezza Italia, tifosi, cronisti, addetti ai lavori, che lo identificano ancora come il bomber per eccellenza, l’ancora di salvezza per ogni ricostruzione calcistica.

La sua ampia parabola umana era partita nell’anno 1913, quando la Pro Vercelli dominava il calcio italiano e i racconti delle imprese di un manipolo di eroi uscivano dai rettangoli di gioco per volare sulle rogge e sulle risaie, toccando cascine e osterie, piazze, salotti, mercati e officine, contribuendo ad abbattere le barriere di classe e manifestando, per una volta, la superiorità della provincia nei confronti delle grandi città. Sono gli anni del mitico quadrilatero Vercelli, Casale, Alessandria e Novara, che si contendono il primato della serie A insieme a Torino e Juventus, Milan e Genoa. Ben nove giocatori della Pro Vercelli giocano in Nazionale, il football sta lentamente trasformandosi da sport dilettantistico, seppur eroico, in sport professionistico.

Questo l’ambiente calcistico in cui nasce Piola, da una famiglia di commercianti di tessuti (il fratello Serafino diverrà segretario comunale a Vercelli), alla quale rimarrà legato profondamente tutta la vita. Silvio comincia a giocare nella selezione giovanile vercellese “Veloces” (insieme agli amici e compagni di una vita Depetrini e Pietro Ferraris) proprio quando la Pro mette in bacheca gli ultimi due scudetti della sua storia, anni ’21 e ’22, e ospita addirittura una partita contro gli inglesi del Liverpool, maestri del calcio mondiale (una partita che finisce in parità).

La prima doppietta di Piola con i colori della Pro e la conquista del posto da titolare avvengono invece in Francia, in occasione di un 3-2 dei piemontesi sul campo del Red Star Olympique, protagonista del massimo campionato transalpino. Il nome di Piola, a Vercelli, è già sulla bocca di tutti. Il tecnico che ne capirà il talento e ne valorizzerà le doti sarà il conte ungherese Joszef Nagy, allenatore della Pro Vercelli: Piola, dicono gli esperti, si porterà dietro tutta la vita gli insegnamenti, la lezione di stile e l’elegante riservatezza di questo nobile magiaro finito ad occuparsi di sport in Italia con importanti successi.

Di una cosa, però, gli intenditori di calcio si accorgono subito: Piola è un giocatore moderno, modernissimo. Predilige giocare spalle alla porta (cosa allora assolutamente inconsueta), attraverso combinazioni aeree, ama andarsi a cercare direttamente la palla, difenderla, smistarla, cosa che gli procurerà anche qualche problema con alcuni allenatori, convinti che Silvio sia destinato a giocare dietro la linea degli attaccanti di sfondamento. È certo, però, che un Piola bomber, regista, ala, rapinatore di palloni, assistito da un fisico eccellente e in continuo progresso tecnico, rappresenta un nuovo modello di giocatore, pronto al grande balzo di una carriera luminosa, cosa di cui si rende presto conto anche il Commissario Unico delle Nazionali azzurre Vittorio Pozzo, che lo fa esordire in maglia azzurra il 2 aprile 1933 in Svizzera.

Silvio ama la sua terra, qui ha la sua famiglia, adora rilassarsi nel tempo libero cacciando e pescando, camminando per le vie di Vercelli con gli amici di sempre. Ci vogliono addirittura le pressioni della politica, e dello stesso partito fascista, perché egli prenda in considerazione l’ipotesi di cambiare squadra e città. La scelta cadrà su Roma, sulla società Lazio: giocando con la maglia biancocelste Piola metterà a punto la sua famosa rovesciata, poi imitata in tutto il mondo. Ma l’esordio in una nuova realtà non è facile. È piuttosto la Nazionale a caricare Silvio, e la possibilità di giocare con il più grande calciatore del momento, il mitico Peppino Meazza, un mito del football italico.

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